“The Place”, un viaggio tra i mostri dell’anima

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“The Place” è la pellicola di Paolo Genovese distribuita nelle sale italiane nel 2017, appena un anno dopo il grande successo di “Perfetti Sconosciuti” di cui ne rimarca il format. “The Place” è qualcosa di diverso da ciò che di solito il regista romano porta sul grande schermo e, per questo, inevitabilmente, delude lo spettatore che si aspetta la tipica commedia all’italiana. In primis va detto che il soggetto non è originale ma è un remake della serie in otto episodi “The Boot at the End” di Christopher Kubasik. Il film, inserito nel genere drammatico/psicologico, ha ottenuto quattro candidature ai Nastri d’Argento e ben otto per il David di Donatello, incassando al box office 4,3 milioni di euro.

“The Place” è un luogo, un bar in cui un uomo, deus ex machina del film, sempre ben vestito ma dall’aria profondamente stanca, incarnato dalla fisicità di Valerio Mastandrea, passa le sue giornate ricevendo gente e annotando qualcosa su un libro nero. Il “The Place” è, al contempo, un non luogo, privo di coordinate spaziali o temporali, un luogo che potrebbe essere in qualsiasi parte del mondo, un luogo che è, in primis, dentro ognuno di noi: l’angolo buio della coscienza, la stanza dei mostri dove, prima o poi, siamo costretti ad entrare.

Genovese, come detto, ritorna ad un cinema da camera che aveva già sperimentato con “Perfetti Sconosciuti”. Anche qui, infatti, ritroviamo la forma teatrale del kammerspiel: un unico ambiente chiuso in cui agiscono tutti i personaggi. Al tavolo dell’uomo sederanno otto personaggi le cui storie si succederanno con un ritmo serratissimo. Ognuno gli chiederà qualcosa, ognuno avrà un desiderio da esaudire: qualcuno sarà banale, come quello di Martina (Silvia D’Amico), qualcuno più profondo come quello di Fulvio (Alessandro Borghi), qualcuno disperato come quello di Gigi (Vinicio Marchioni). Ciò che ci rende umani è il desiderio; tutti desideriamo e tutti per ottenere ciò che vogliamo siamo disposti a rischiare. Il film è tutto qui: cosa siamo disposti a fare pur di ottenere ciò che vogliamo? La risposta ci viene spiattellata dinanzi agli occhi ma il segreto è uno solo: rimanere umani!

Un film senza azione, che basa la sua forza evocativa tutta sull’immaginazione dei fatti che i personaggi raccontano. Senza dubbio un esperimento rischioso, tutto basato sulla scrittura della sceneggiatura e sulla mimica e, per questo, affidato ad un cast stratosferico, una vera e propria factory creativa che, come su di un palcoscenico, lasciano parlare il proprio corpo. Ed ecco che in un anonimo bar incontriamo, oltre i già citati, anche Sabrina Ferilli, Vittoria Puccini, Marco Giallini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Alba Rohrwacher e Giulia Lazzarini.

Il personaggio di Mastandrea mescolerà le loro vite spingendoli borderline. La sua figura resta anonima. Non sappiamo chi sia proprio perché potrebbe essere chiunque: uno psicologo, un manipolatore, un angelo, un diavolo, un sadico, uno studioso dedito ad un esperimento sociale, potrebbe essere perfino una parte di noi, un nostro alter-ego.

La pellicola si presta a molteplici interpretazioni e lo spettatore, alla fine, avrà una sua personale visione: vedrà in quell’uomo anonimo ciò che vuole vedere.

Gigi: “Sei un mostro.”

Uomo: “Diciamo che dò da mangiare ai mostri”

Oppure:

Ettore: “Ma perché chiedi delle cose così orrende tu?”

Uomo: “Perché c’è chi è disposto a farle.”

Un cinema da camera, abbia detto, e la teatralità della pellicola si vede nitidamente nella scelta di un deus ex machina di matrice shakespeariana: è inevitabile non pensare a Iago, il cattivo per eccellenza, il manipolatore che spinge ad azioni nefaste, ma mai contro la propria volontà: chiunque, ed in qualunque momento, può tirarsi indietro, può rinsavire: Iago, così come l’uomo del bar, offre la mela del peccato ma solo perché c’è chi è disposto ad allungare la mano.

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