“Ultras”: dalle gradinate allo schermo. L’esordio di Francesco Lettieri.

“Ultras”, uscito ieri 20 marzo su Netflix, è il primo film targato Francesco Lettieri, le cui abilità dietro la macchina da presa si erano fatte ampiamente notare nella pentalogia musicale di Liberato “Capri rendez-vouz”. Lettieri aveva dimostrato brillantemente la capacità di creare immagini filmiche ben costruite al punto tale da rendere la pentalogia un vero è proprio corto di qualità. Lettieri nasce quindi come regista di videoclip musicali e, anche “Ultras” nasce da un progetto embrionale studiato per un videoclip di Calcutta mai realizzato sulla tifoseria di Latina.

Il film, dalla durata di circa 150 minuti, non ha bisogno di introduzioni: quello che lo spettatore si troverà davanti non è difficile da immaginare e, in questo, possiamo dire che le aspettative non vengono deluse.

Al centro della storia il gruppo Apache i cui valori sono condensati nei membri storici come Sandro (Aniello Arena) e Barabba (Salvatore Pelliccia) che dovranno però fare i conti con la nuova frangia della tifoseria, più reazionaria e meno razionale, guidata da Pechegno (Simone Borelli) e Gabbiano (Daniele Vicorito). Vecchia guardia (formata da chi ha dedicato trent’anni di vita al gruppo e ormai fermati, ma solo in parte, dal DASPO) contro la nuova guardia che di fermarsi proprio non ne vuole sapere. In mezzo ci saranno i più giovani (un gruppetto che per volti, modi e dinamiche ricordano “La paranza dei bambini), guidati da Angelo (Ciro Nacca) che, in un contesto dove regnano ignoranza e povertà, sono alla ricerca di figure di riferimento, valori ed ideali ai quali attaccarsi.

“Ultras” inevitabilmente è un film che racconta una parte di tifoseria (che sia quella del Napoli è solo un dettaglio) con le sue gap generazionali e la consueta ribellione dei figli nei confronti dei padri ma è, soprattutto, un trattato di sociologia che racconta le persone contestualizzandole e, in questo tentativo, molto lontano da “Green Street/ Hooligans” di Lexi Alexander del 2005.

E così sarà inevitabile non provare tenerezza per Sandro che non è solo il capo degli Apache, ma anche un uomo fatto di tenerezze e insicurezze. Come tenerezza si prova per il giovanissimo Angelo, che non riesce a superare la morte del fratello avvenuta in uno scontro con la tifoseria romanista e che vive un non-rapporto con una madre che non riesce a fargli da madre.

Il volto femminile che incontreremo più spesso è quello senza presentazioni di Terry, interpretata dalla bravissima Antonia Truppo che abbiamo già avuto modo di apprezzare in “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Mainetti e “Indivisibili” di Edoardo de Angelis, che farà breccia nel cuore di Sandro.

Un film in cui lo stile di Lettieri è chiaramente riconoscibile, sebbene per niente innovativo in quanto a metà strada tra quello di Garrone e Sollima. Intanto anche in “Ultras” continua il sodalizio con Liberato che accompagnerà la storia con le sue musiche.

Inevitabilmente il film ha fatto, è farà discutere, i veri gruppi ultras del Napoli da sempre contrari alla mercificazione e alla commercializzazione della loro immagine perché il vero ultras è sulle gradinate e non sugli schermi. Ma, ad ogni modo, il film riesce a raccontare senza mitizzare o stigmatizzare, quelli che sono alcuni dei principali valori dell’ideologia ultras che fanno del calcio una vera e propria fede che va oltre ogni cosa, un amore che resiste nella buona e nella cattiva sorte, nel bene e nel male. Questo lo capiremo nelle ultime scene con una meravigliosa chiusura circolare che ci riporta nella Chiesa in cui, nella buona sorte, inizia la storia.

Un commento Aggiungi il tuo

Lascia un commento