
“Figli” è il titolo nitido ed inequivocabile di quello che sarebbe dovuto essere il terzo film di Mattia Torre, uscito nelle sale cinematografiche il 23 gennaio 2020, e portato alla luce, a causa della sua morte prematura, dall’amico regista Giuseppe Bonito (il quale aveva collaborato con Torre anche in “Boris”).
La sceneggiatura nasce dal monologo di Torre “I figli invecchiano”, interpretato da Valerio Mastandrea che, non a caso, sarà il protagonista anche del film.
Una trama semplice e lineare, quella di “Figli” che non lascia spazio a colpi di scena ma che descrive, con maestria e delicatezza, l’Italia contemporanea.
A fare i conti con la quotidianità sono Nicola e Sara (Valerio Mastandea e Paola Cortellesi), già genitori della piccola Anna, la cui vita viene completamente sconvolta dall’arrivo del loro secondogenito Pietro. La coppia farà i conti con un’Italia in cui regna il precariato e il tasso di natalità rasenta lo zero (il numero di anziani supera di gran lunga quella dei giovani e bambini); specchio di una società che non riesce ad arrivare a fine mese, figli di genitori “sessantottini” (ultima stirpe di pensionati e conservatori). Nicola e Sara si trovano a vivere una condizione di isolamento cosmico: completamente abbandonati dal sostegno delle rispettive famiglie e dalle istituzioni (notevole lo stratagemma di sottolineare questo isolamento immergendo i protagonisti in uno sfondo bianco privo di ogni arredo).
La casa diventa improvvisamente piccola e disordinata, i soldi non sono mai abbastanza e la vita diventa sempre più frenetica. La coppia, che cerca di ripartirsi i compiti in maniera equa, è in realtà sbilanciata solo dalla parte di Sara (non ci sarà quell’equilibrio idilliaco raggiunto in “Moglie e Marito” di Simone Godano), nonostante Nicola sembri mettercela tutta. Uomo/Donna, Mamma/Papà sembrano essere universi paralleli destinati all’eterna incomprensione e, con l’infelicità che incombe, l’unico desiderio e quello di fuggire, scappare, saltare fuori dalla finestra e spiccare il volo.
Allora, dinanzi a tanta difficoltà, bisogna solo imparare a rimanere, a stringersi la mano e a camminare a passi decisi verso un futuro incerto ma con la certezza che insieme si affronterà e supererà ogni cosa. In fin dei conti, basta solo vestirsi da super-eroi.
Nonostante la delicatezza dell’argomento, Bonito riesce a mantenere i toni leggeri di una classica commedia all’italiana (simpatico l’espediente di coprire “per convenzione” il pianto di Pietro con la melodia di Beethoven) che, ad ogni modo, riesce a strapparti un sorriso (complici anche la Cortellesi che qui, comunque, vediamo in un ruolo più serioso del solito, e il simpaticissimo Stefano Fresi).
Un film che vale la pena vedere per sorridere ma, soprattutto, per riflettere e continuare a sperare.

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