“Mery per sempre.” Un viaggio tra cuori scomodi.

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Nel 1989, Marco Risi, ci regala uno di quei film che non possono non essere visti nell’arco della propria vita. Un film scomodo, a tratti claustrofobico, tratto dall’omonimo romanzo di Aurelio Grimaldi: “Mery per sempre”. Il regista milanese introduce, con una delicatezza unica, la macchina da presa in un carcere minorile palermitano: specchio riflettente di una terra dove, da lì a poco, si sarebbero consumate le stragi di Capaci e Via d’Amelio. La mafia regna sovrana su ogni cosa, trovando terreno fertile nelle menti più fragili. Il film, dalla durata di 102 minuti, si svolge quasi completamente all’interno della casa circondariale, lasciando poco spazio alle ambientazioni esterne che risultano limitate anche perché molti dei ragazzi protagonisti erano effettivamente detenuti. Un film, dunque, che ha un qualcosa di “documentaristico” riscontrabile anche nelle inquadrature.

Nel cast compaiono un giovanissimo Claudio Amendola, nei panni di Pietro, Francesco Benigno, nelle vesti di Natale, Alessandra di Sanzo nel ruolo del protagonista Mario/Meri e un credibilissimo Michele Placido nei panni del professore Marco Terzi.

La vicenda principale, che dà poi titolo alla pellicola, è quella di Mery, un giovane transessuale che finisce in carcere per aver ferito un cliente troppo arrogante. Mery proviene da un quartiere malfamato e da una famiglia patriarcale da cui il dialogo e la comprensione sono completamente banditi. La vicenda di Mery, il cui arrivo in carcere, destabilizza l’ordine, è però solo lo specchietto per le allodole. Tutti i ragazzi, in realtà sono Mery, e non perché transessuali ma perché come dice la protagonista in un momento di triste presa di coscienza al professore:

“Io nun sugnu né canni né pesci, io sono Mery, Mery per sempre .”

Con questa frase lapidaria, Mery non fa altro che mostrare quel marchio che la società, che tende inevitabilmente ad eticchettare ogni cosa, le ha dato. Anche gli altri ragazzi saranno “Mery per sempre”, bollati e condannati da una società che non favorisce la reintegrazione ma che, al contrario, non fa altro che incitarli a comportarsi da “bestie” ( a tale proposito è emblematica la scena in cui una delle guardie, interpretata da Tony Sperandeo, pesta a sangue Pietro).

Natale e il professore

La speranza e lo stimolo al cambiamento arrivano con il professore Terzi che, in attesa di una cattedra al liceo, accetta questo arduo compito mosso dall’amore per la sua passione. Il professore è il solo a trattarli da uomini pensanti, è il solo a dialogare con loro e ad essere interessato alle loro risposte, è il solo che dinanzi alle violenze reagisce usando la parola e il cervello. Con amore e dedizione, il professore Terzi, riesce a conquistare la stima e la fiducia dei suoi ragazzi incitandoli ogni giorno a reagire ai soprusi e alle ingiustizie. Terzi, da buon missionario, cercherà di salvarli ma, inevitabilmente perderà qualcuno per strada. Sarà proprio la morte di uno dei giovani a spingere Terzi a rimanere lì, a rifiutare la cattedra che aspettava,stimolato anche dall’arrivo di un nuovo ragazzo che tanto ricorda, nei modi quanto nelle parole, quello perduto. E’ proprio l’arrivo di Alessandro a farci comprendere che niente è finito, che tutto continua, che c’è ancora speranza.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Avatar di almerighi almerighi ha detto:

    me lo ricordo, ottimo film

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