Il lato oscuro del cinema: divismo ed emulazione.

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Le cose belle vanno condivise e per questo, con amore e orgoglio, condivido l’articolo scritto dall’amica Tatiana Carrabs.

Sunset Boulevard, 1950, diretto da Billy Wilder

Il novecento è stato definito il secolo del cinema, questa nuova e sorprendente invenzione rappresentò a pieno i nuovi valori della società di massa, stravolse alcuni concetti dello spettacolo e superò di gran lunga le aspettative mondiali, imponendosi sempre di più come modello di informazione e di formazione. Di pari passo alla sperimentazione delle nuove forme cinematografiche, si andava sviluppando anche uno studio sul cinema, il mezzo d’arte rifletteva su stesso e sul rapporto che esso creava con lo spettatore. Il cinema degli inizi incuteva un senso di paura nelle persone, ma allo stesso tempo faceva accrescere la curiosità verso quel mondo illusorio ma ancora  inesplorato.  Secondo un grande studioso, Edgar Morin, che in molte delle sue opere analizza proprio questo aspetto perturbante del cinema, il divismo era una sorta di rivisitazione del mito greco – latino. Nella sua opera  Le star, spiega come era possibile condurre uno studio sociologico sulle teorie del divismo, associando il tutto a una sorta di rito religioso in cui attori erano gli idoli ed il pubblico gli adoratori. Gli attori divenivano i nuovi eroi perché il pubblico subiva un processo di identificazione nel personaggio, l’interpretazione filmica provocava negli spettatori un senso di ammirazione e un desiderio di emulazione. Ne scaturì la nascita di una nuova mitologia moderna  dove i modelli di comportamento cambiavano e si modificavano  in base alle tendenze create dal cinema. Questo fenomeno  divistico si sviluppò a partire dagli dieci del novecento anche in Italia, grazie alla nascita del  genere  del  Diva  film, in queste produzioni  le  attrici del cinema muto,  con il loro stile, influenzavano  i comportamenti e i costumi di molte donne. Tra le più famose un caso particolare è da considerarsi Francesca Bertini, un’attrice seguita nella sua ascesa dal poeta D’annunzio. Le case di produzione facevano a gara per conquistarsi i contratti con le dive.  Questo genere filmico si sviluppò in un periodo  particolare in  cui stava nascendo la questione dell’emancipazione femminile: le attrici non erano più solo modelli erotici  ma anche fonte di ispirazione fisica e comportamentale per le nuove donne che volevano emanciparsi.  In America le celebrità venivano chiamate star, per richiamare le “stelle” ossia gli interpeti della tradizione teatrale statunitense, in Italia invece  le attrici venivano definite dive per una sorta di abbreviazione dalla parola divina.

Sunset Boulevard

 L’attore in questo processo cinematografico cosi complicato diveniva il centro di un e vero e proprio mondo  che aveva molto spesso  come solo interesse il fattore economico. Molti attori non riuscivano a trovare una corrispondenza con la vita reale, divenivano dei meri prodotti commerciali. Il limite tra la finzione del film e la realtà venne superato grazie al cinema e al successo. Un altro tipo di divismo portato all’eccesso, fu quello hollywoodiano, considerato per eccellenza il mondo   dei  sogni realizzabili . In realtà, Hollywood, si dimostrò una vera e  propria macchina spietata, poiché gli attori dovevano eseguire gli ordini imposti e anche  tutte le clausole dei  contratti  stipulati dalle case di produzione. La gente comune rincorreva il successo e il sogno di poter diventare  una celebrità  ma spesso  le persone che  riuscivano a realizzare questo desiderio, pagavano a caro prezzo il successo: i divi  erano solo  un mezzo per incrementare le entrate economiche delle case di produzione e dopo un poco di tempo, quando gli attori  non corrispondevano più ai nuovi canoni imposti da Hollywood, venivano  lasciati nel dimenticatoio e nell’oblio. Le clausole erano sempre più restrittive e incidevano anche sua vita privata dell’attore che finiva per perdere la propria identità e la propria privacy.

L’arte è presente in ogni forma di rappresentazione che si rispetti,  la letteratura come il cinema mostrano all’uomo qualcosa di se stesso. L’essere umano per natura tende verso l’impossibile e molte volte in questa continua ricerca, decide di fermarsi  e  di vendersi  per un desiderio materiale o per l’ingordigia di successo. Si logora in se stesso, finendo schiacciato dalla sua stessa ambizione e dalle dure leggi del mondo che molto spesso antepongono alla persona e ai sentimenti, il valore economico. La perdita di identità porta all’infelicità, non riconoscersi più nei propri comportamenti significa perdere le radici che ci rendono unici e in un certo senso liberi.

Ogni forma d’arte ha il suo lato oscuro.

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