Le cose belle vanno condivise e per questo, con amore e orgoglio, condivido l’articolo scritto dall’amica Tatiana Carrabs.

Il novecento è stato definito il secolo del cinema, questa nuova e sorprendente invenzione rappresentò a pieno i nuovi valori della società di massa, stravolse alcuni concetti dello spettacolo e superò di gran lunga le aspettative mondiali, imponendosi sempre di più come modello di informazione e di formazione. Di pari passo alla sperimentazione delle nuove forme cinematografiche, si andava sviluppando anche uno studio sul cinema, il mezzo d’arte rifletteva su stesso e sul rapporto che esso creava con lo spettatore. Il cinema degli inizi incuteva un senso di paura nelle persone, ma allo stesso tempo faceva accrescere la curiosità verso quel mondo illusorio ma ancora inesplorato. Secondo un grande studioso, Edgar Morin, che in molte delle sue opere analizza proprio questo aspetto perturbante del cinema, il divismo era una sorta di rivisitazione del mito greco – latino. Nella sua opera Le star, spiega come era possibile condurre uno studio sociologico sulle teorie del divismo, associando il tutto a una sorta di rito religioso in cui attori erano gli idoli ed il pubblico gli adoratori. Gli attori divenivano i nuovi eroi perché il pubblico subiva un processo di identificazione nel personaggio, l’interpretazione filmica provocava negli spettatori un senso di ammirazione e un desiderio di emulazione. Ne scaturì la nascita di una nuova mitologia moderna dove i modelli di comportamento cambiavano e si modificavano in base alle tendenze create dal cinema. Questo fenomeno divistico si sviluppò a partire dagli dieci del novecento anche in Italia, grazie alla nascita del genere del Diva film, in queste produzioni le attrici del cinema muto, con il loro stile, influenzavano i comportamenti e i costumi di molte donne. Tra le più famose un caso particolare è da considerarsi Francesca Bertini, un’attrice seguita nella sua ascesa dal poeta D’annunzio. Le case di produzione facevano a gara per conquistarsi i contratti con le dive. Questo genere filmico si sviluppò in un periodo particolare in cui stava nascendo la questione dell’emancipazione femminile: le attrici non erano più solo modelli erotici ma anche fonte di ispirazione fisica e comportamentale per le nuove donne che volevano emanciparsi. In America le celebrità venivano chiamate star, per richiamare le “stelle” ossia gli interpeti della tradizione teatrale statunitense, in Italia invece le attrici venivano definite dive per una sorta di abbreviazione dalla parola divina.

L’attore in questo processo cinematografico cosi complicato diveniva il centro di un e vero e proprio mondo che aveva molto spesso come solo interesse il fattore economico. Molti attori non riuscivano a trovare una corrispondenza con la vita reale, divenivano dei meri prodotti commerciali. Il limite tra la finzione del film e la realtà venne superato grazie al cinema e al successo. Un altro tipo di divismo portato all’eccesso, fu quello hollywoodiano, considerato per eccellenza il mondo dei sogni realizzabili . In realtà, Hollywood, si dimostrò una vera e propria macchina spietata, poiché gli attori dovevano eseguire gli ordini imposti e anche tutte le clausole dei contratti stipulati dalle case di produzione. La gente comune rincorreva il successo e il sogno di poter diventare una celebrità ma spesso le persone che riuscivano a realizzare questo desiderio, pagavano a caro prezzo il successo: i divi erano solo un mezzo per incrementare le entrate economiche delle case di produzione e dopo un poco di tempo, quando gli attori non corrispondevano più ai nuovi canoni imposti da Hollywood, venivano lasciati nel dimenticatoio e nell’oblio. Le clausole erano sempre più restrittive e incidevano anche sua vita privata dell’attore che finiva per perdere la propria identità e la propria privacy.
L’arte è presente in ogni forma di rappresentazione che si rispetti, la letteratura come il cinema mostrano all’uomo qualcosa di se stesso. L’essere umano per natura tende verso l’impossibile e molte volte in questa continua ricerca, decide di fermarsi e di vendersi per un desiderio materiale o per l’ingordigia di successo. Si logora in se stesso, finendo schiacciato dalla sua stessa ambizione e dalle dure leggi del mondo che molto spesso antepongono alla persona e ai sentimenti, il valore economico. La perdita di identità porta all’infelicità, non riconoscersi più nei propri comportamenti significa perdere le radici che ci rendono unici e in un certo senso liberi.
Ogni forma d’arte ha il suo lato oscuro.
