“La metamorfosi” di Kafka: dalla critica al sistema capitalistico alla profezia dell’uomo contemporaneo

Franz Kafka pubblica, nel 1915, non  semplicemente il racconto di una trasformazione fisica, ma una profonda e angosciante esplorazione allegorica delle crisi esistenziali e sociali dell’uomo moderno nel primo Novecento. L’improvvisa e inspiegabile metamorfosi di Gregor Samsa in un orribile insetto (spesso interpretato come uno scarafaggio gigante) funge da catalizzatore per svelare messaggi critici sulla condizione umana.

L’allegoria centrale del racconto è l’alienazione. La trasformazione di Gregor è la manifestazione fisica e grottesca di un’alienazione che esisteva già. Prima della metamorfosi, Gregor era un commesso viaggiatore che odiava il suo lavoro ma lo eseguiva con dedizione schiavistica solo per saldare il debito della sua famiglia. Egli era ridotto alla sua funzione produttiva, perdendo la sua identità umana nel meccanismo capitalistico. La sua trasformazione in insetto è il simbolo della sua inutilità nel momento in cui non può più produrre reddito, rendendo evidente come la sua umanità fosse già stata consumata dal lavoro. Si parla, dunque, di alienazione economica ma anche familiare. La sua famiglia, infatti, lo percepiva come una macchina da soldi. Quando il sostentamento viene meno, il loro amore e la loro accettazione evaporano. L’insetto Gregor è un’entità incomprensibile, un peso da nascondere, e il suo isolamento fisico nella stanza non fa che riflettere la sua solitudine emotiva preesistente. La sua diversità lo condanna a una reclusione che rispecchia la difficoltà dell’individuo a comunicare e a farsi accettare in una società che premia la conformità.

La risposta della famiglia Samsa alla tragedia di Gregor è l’aspetto più critico del racconto di Kafka.  Non vi è, infatti, un’inchiesta sul “perché” o sul “come” della trasformazione, né una vera angoscia per il benessere di Gregor ma la preoccupazione è subito di natura economica e sociale. La sua vecchia stanza viene trasformata in un ripostiglio, e i pochi atti di cura (come il cibo lasciato dalla sorella Grete) sono intervallati da paura, disgusto e, infine, ostilità aperta.
La famiglia Samsa aveva sfruttato la responsabilità e il senso di colpa di Gregor per il debito. Dopo la sua trasformazione, essi passano dall’essere parassiti mantenuti a vittime del loro stesso ex-benefattore. La loro mancanza di empatia è totale: vedono solo l’ostacolo alla loro vita borghese e la vergogna sociale. La decisione finale di sbarazzarsi dell’insetto, espressa dal padre, è la fredda e spietata condanna di chi ha smesso di riconoscere l’altro come persona.

La morte di Gregor non è una tragedia per la famiglia, ma un sollievo. L’ultima immagine del racconto è la famiglia che si rilassa e si proietta nel futuro, un futuro che non include più il fardello emotivo e materiale di Gregor. Questo finale è una feroce critica all’ipocrisia e alla superficialità dei legami affettivi condizionati dal benessere materiale.

“La Metamorfosi” di Kafka è un’allegoria potente che parla direttamente alla crisi dell’identità nel XX secolo, un’epoca segnata dal capitalismo industriale, dalla burocrazia opprimente e dal crollo dei valori umanistici. Gregor Samsa è il prototipo dell’antieroe moderno: un uomo alienato dal suo lavoro, incompreso dalla sua famiglia e infine schiacciato dalla sua stessa inutilità e diversità, lasciando dietro di sé solo un senso di vuoto e un futuro ripristinato solo per chi è rimasto “normale” e funzionale. La sua trasformazione è il grido silenzioso dell’individuo che si sente ridotto a un essere inutile e incomprensibile agli occhi degli altri.

Le opere di Kafka, inclusa “La metamorfosi”, sono spesso fonte di ispirazione per il cinema per il loro carattere surreale e la loro capacità di trattare temi come l’alienazione e la paura.
Tra gli adattamenti più noti troviamo
“Hans”, un thriller italiano diretto da Louis Nero, ispirato al racconto di Kafka,
“Franz Kafka’s It’s a Wonderful Life” (1993), un cortometraggio scritto e diretto da Peter Capaldi che mescola “La metamorfosi” con “La vita è meravigliosa” di Frank Capra che ha vinto un Oscar come miglior cortometraggio.


Oggi, la metamorfosi kafkiana in prodotto o funzione è universalmente realizzata. Siamo tutti, in varia misura, schiavi dei meccanismi di produzione e consumo (il “commesso viaggiatore” globalizzato), la cui identità è definita dalla performance e dall’utilità. Se falliamo in questa funzione, veniamo percepiti, come Gregor, come un peso ingombrante da confinare e rimuovere.
L’elemento più tragico è che, a differenza del Gregor del racconto, la massa di “scarafaggi alienati” non sembra più possedere quella disperata, profonda coscienza e preoccupazione per l’altro. La nostra metamorfosi nell’essere funzionale è stata così totale che abbiamo perso la capacità di provare la compassione auto-sacrificale che ancora animava Gregor. Viviamo in una logica di sopravvivenza individualista e di competizione (simbolo della famiglia che riprende a lavorare con sollievo dopo la morte di Gregor), dove l’isolamento è la norma e l’altro è visto solo in termini di rischio o vantaggio.
Kafka ci aveva mostrato un futuro in cui l’umanità si divideva tra un individuo reificato ma cosciente (Gregor) e una società efficiente ma disumana (i Samsa). Oggi, l’incubo si è realizzato: siamo riusciti a conciliare entrambe le condizioni. Siamo alienati e “insetti” come Gregor, ma abbiamo adottato l’indifferenza glaciale e il pragmatismo utilitaristico della sua famiglia, cancellando quel residuo di umanità che Kafka aveva lasciato al suo mostruoso protagonista.

Ancora un’altra lettura…

Il racconto di Kafka consta poco più di 60 pagine eppure, come abbiamo avuto modo di vedere, offre tantissimi spunti argomentativi. Abbiamo parlato di alienazione, di critica al sistema capitalistico del primo ‘900, alla disumanizzazione dell’uomo moderno e alla perdita di empatia.

A distanza di secoli il racconto solleva ancora domande: forse si tratta di un sogno attraverso il quale lo scrittore mette a nudo l’inconscio dell’uomo contemporaneo? Dato il successo che la psicoanalisi stava riscuotendo in quegli anni questa ipotesi non va esclusa di sana pianta ma, bisogna dire che, il racconto presenta uno stile lucido, dettagliato che non si conclude con un risveglio. La metamorfosi di Gregor viene presentata come un evento inspiegabile ma reale.

A mio avviso esiste un’altra possibile interpretazione, poco vagliata, ma molto interessante. L’insetto enorme e immondo (Ungeziefer) in cui Gregor si risveglia rappresenta una condizione che va oltre il semplice cambiamento fisico; simboleggia l’incapacità di funzionare e la percezione di sé tipiche di un grave disturbo depressivo: come l’incapacità di funzionare con annessa perdita di energia e interesse, isolamento e incomunicabilità, senso di colpa e vergogna e, infine, rinuncia alla vita.

L’insetto, inoltre, diventerebbe metafora della malattia mentale che rende l’individuo un essere da nascondere senza possibilità di cura e guarigione.

Ai primi del’900 la depressione non era riconosciuta e trattata come oggi ma veniva definita genericamente “melanconia”. Se sposiamo questa lettura, allora, la metamorfosi di Gregor non è reale ma psichica. Il suo corpo non cambia ma cambia la sua percezione di esso.

In ogni caso, “La metamorfosi” di Kafka resta tra i racconti mi iconici del Novecento.

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