Le contro-narrazioni del mito americano: il sogno e l’incubo dell’America

Nel precedente articolo abbiamo visto come il cinema hollywoodiano abbia contribuito a consolidare il mito degli Stati Uniti come nazione liberatrice, portatrice di democrazia e speranza. Tuttavia, accanto a quella narrazione dominante, ufficiale, un altro cinema – spesso meno celebrato, ma non meno influente – ha raccontato le ombre dell’epopea americana, ribaltando la prospettiva: non più l’eroe che salva, ma il popolo oppresso che subisce; non più la libertà conquistata, ma la violenza esercitata in suo nome.

Per decenni il western è stato il genere che più di ogni altro ha incarnato il mito della frontiera: i pionieri come portatori di civiltà e i nativi come ostacolo da superare. A partire dagli anni ’60-’70, però, emergono i cosiddetti western revisionisti, che riscrivono quella storia da un altro punto di vista. Parliamo di film come “Soldato Blu” (1970), ispirato al massacro di Sand Creek (1864), che mette a nudo la brutalità dell’esercito statunitense contro i nativi, rovesciando completamente lo schema del “buono contro cattivo”.“Piccolo grande uomo” (1970) dove, attraverso gli occhi di Jack Crabb, un uomo che vive a cavallo di due culture,  i miti fondativi della conquista del West vengono smascherati mostrando la violenza sistematica contro le popolazioni indigene.“Balla coi lupi” (1990) é un successo planetario in linea con il filone delle contro narrazioni che porta sul grande schermo la vita e la spiritualità dei Sioux, descritti con rispetto e dignità, mentre l’esercito americano appare come una forza distruttrice.

Questi film hanno svolto un ruolo fondamentale poiché hanno dato voce agli “altri” della Storia, ricordando che la nascita della nazione americana è passata attraverso genocidi e soprusi, non solo attraverso eroiche liberazioni.c

Con qualche semplificazione possiamo dire che è stata la guerra del Vietnam ad incrinare l’immagine degli Stati Uniti come liberatori, ruolo assunto dalla seconda guerra mondiale.

Altre opere diventate cult su questo tema sono:

“Apocalypse Now” (1979): Coppola trasforma la guerra in un incubo dantesco, metafora della follia imperiale.

“Platoon” (1986): Oliver Stone, veterano in prima persona, mostra i conflitti morali, la spaccatura interna, la perdita di ogni ideale.

“Full Metal Jacket” (1987): Kubrick smonta la retorica militare, descrivendo i soldati non come liberatori, ma come vittime e carnefici in un ingranaggio disumano.

In queste pellicole crolla il mito del soldato liberatore lasciando spazio ad un soldato traumatizzato, disilluso, manipolato. L’America non appare più come portatrice di libertà, ma come una potenza invasiva, intrappolata nelle sue contraddizioni.al

Altri film andrebbero citati come  “American Sniper” (2014) che ha riproposto il modello dell’eroe che combatte per proteggere i deboli e “Green Zone” (2010) che  solleva dubbi sulla legittimità politica della guerra in Iraq, smascherando le menzogne sulle armi di distruzione di massa.

Il cinema americano, dunque, è attraversato da una dialettica continua: da un lato film che rafforzano il consenso, dall’altro opere che lo minano. È come se Hollywood fosse allo stesso tempo strumento di propaganda e coscienza critica della nazione.

Le celebrazioni patriottiche convivono con le denunce più radicali. In questo senso, il cinema riflette la doppia anima dell’America: quella che si percepisce come faro di libertà, e quella che non riesce a ignorare le proprie colpe storiche.
Se il mito del “liberatore” ha dominato gran parte del secolo scorso, le contro-narrazioni cinematografiche hanno avuto il merito di incrinarlo, di aprire spazi di dubbio, di dare voce agli esclusi. E forse è proprio in questa tensione tra autocelebrazione e autocritica che si misura la forza del cinema americano: la capacità di raccontare, nello stesso tempo, il sogno e l’incubo dell’America.

Lascia un commento