
Per gran parte del Novecento gli Stati Uniti hanno coltivato – e diffuso – l’immagine di sé come “nazione liberatrice”, portatrice di democrazia e libertà nei confronti dei popoli oppressi. Questo mito affonda le sue radici nella Seconda Guerra Mondiale, quando l’intervento americano fu decisivo nella sconfitta del nazifascismo. Da quel momento, la figura del soldato americano che arriva a “liberare” città e nazioni è diventata non solo parte della memoria storica, ma anche un potente strumento narrativo.
Gli sbarchi in Normandia, la liberazione dei campi di concentramento, la ricostruzione dell’Europa attraverso il Piano Marshall: tutti questi elementi hanno contribuito a fissare l’immagine degli Stati Uniti come forza positiva, capace di ridare speranza ai popoli devastati dalla guerra.
La Guerra Fredda ha ulteriormente alimentato questa retorica: gli Stati Uniti si presentavano come baluardo contro la minaccia sovietica, difensori del “mondo libero” contro la tirannide comunista.
Il cinema ha avuto un ruolo centrale nel diffondere e consolidare questa visione. Hollywood, spesso in sintonia con la politica estera americana, ha prodotto film in cui il soldato statunitense è l’eroe chiamato a liberare i deboli e gli oppressi.
Tra i titoli più emblematici troviamo:
“The Longest Day” (1962) – un affresco corale sul D-Day, in cui gli alleati, e in particolare gli americani, vengono celebrati come liberatori dell’Europa.
“Saving Private Ryan” (1998) – Steven Spielberg rinnova il mito della “guerra giusta”, presentando i soldati americani come uomini comuni chiamati a compiere un sacrificio per la libertà.
“Pearl Harbor” (2001) – film che rilegge l’ingresso in guerra degli Stati Uniti come una missione morale oltre che militare.
“Black Hawk Down” (2001) – ambientato in Somalia, ripropone l’idea degli americani come forza che interviene in scenari di crisi, sebbene con esiti drammatici.
“American Sniper” (2014) – che trasla il mito nel contesto delle guerre più recenti, presentando il soldato come protettore della patria e difensore dei civili contro il “nemico” terrorista.
Il cinema come strumento di consenso
Hollywood non si è limitata a raccontare storie: ha agito come una vera e propria fabbrica del consenso. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, il governo americano collaborò con gli studios per produrre film patriottici e documentari che rafforzassero il morale interno e legittimassero l’impegno bellico.
Pellicole come “Why We Fight” di Frank Capra furono commissionate dall’esercito con l’obiettivo di spiegare ai soldati – e al pubblico – le ragioni morali e politiche della guerra. L’intrattenimento si intrecciava con la propaganda, trasformando il cinema in un veicolo potente per consolidare il mito degli Stati Uniti come “forza del bene”.
Anche nei decenni successivi, in particolare durante la Guerra Fredda, i film d’azione e di guerra hanno continuato a proporre lo stesso schema narrativo: un popolo oppresso, una minaccia totalitaria o terroristica, e l’intervento risolutivo degli americani. Questo meccanismo ha contribuito a formare nell’immaginario collettivo mondiale un’immagine positiva degli Stati Uniti, a volte più forte della realtà storica stessa.
Oggi, tuttavia, questo mito si trova in forte crisi ed ecco che la produzioni americane hanno spostato il tiro sull’universo dei supereroi dove l’eterno conflitto tra bene e male viene declinato in altri termini. In uno scenario geopolitico così complesso il mito degli americani liberatori non regge più e la lenta trasformazione da liberatori ad invasori è inevitabile. In conclusione, il mito americano dei liberatori è stato un pilastro dell’identità nazionale e della cultura popolare del Novecento, rafforzato da Hollywood come strumento di consenso. Ma oggi, nel XXI secolo, questo mito appare più fragile, messo in discussione da una realtà geopolitica complessa e da un’opinione pubblica sempre più disillusa.
