Il cinema dopo l’11 settembre: nuove narrazioni per un nuovo mondo

Sono trascorsi 24 anni dal giorno dell’ attentato alle Torri Gemelle, cuore pulsante dell’economia americana, e da quel giorno la nostra vita è cambiata per sempre. Da quell’undici settembre siamo diventati spettatori della vita umana e il confine tra reale e cinematografico, tra informazione e spettacolo, si è assotigliato a tal punto da diventare quasi indistinguibile anticipando, in un certo senso, quel tipo di comunicazione che sarebbe poi arrivata con i social network. Dall’undici settembre l’informazione non è più un flusso unidirezionale, ma un ecosistema complesso, in cui il pubblico è insieme spettatore, produttore e interprete.

Quella data sul calendario non è stata soltanto un punto di svolta nella storia geopolitica mondiale, ma anche un momento di cesura profonda nel modo in cui la comunicazione viene prodotta, distribuita e recepita. Le immagini degli attentati alle Torri Gemelle hanno rappresentato uno shock collettivo planetario, non solo per la portata dell’evento, ma per il modo in cui esso è stato narrato e condiviso. Il ruolo dei media tradizionali fu cruciale: le televisioni trasmisero in diretta l’impatto dei secondi aerei, trasformando l’attentato in uno spettacolo drammatico visto in simultanea da milioni di persone. Per la prima volta, l’opinione pubblica mondiale percepì quasi in tempo reale la vulnerabilità di una superpotenza come gli Stati Uniti. La comunicazione, in quel momento, si fece istantanea, globale e totalizzante.

Negli anni successivi, la diffusione di internet e dei primi social network trasformò radicalmente il modo di raccontare eventi di portata mondiale. L’11 settembre segnalò l’inizio della crisi del monopolio informativo delle grandi testate: la necessità di risposte rapide e la nascita di comunità online favorirono un ecosistema comunicativo più frammentato, in cui la voce dei cittadini iniziava ad affiancarsi a quella dei giornalisti professionisti.

Con la “guerra al terrore”, la comunicazione divenne uno strumento strategico tanto quanto le armi. La propaganda, le immagini delle operazioni militari e la gestione del linguaggio politico plasmarono la percezione degli eventi. Le narrazioni ufficiali si scontrarono con nuove forme di disinformazione e con il moltiplicarsi di teorie alternative, alimentate dal web nascente.

Gli attentati dell’11 settembre non hanno solo cambiato la politica internazionale e il sistema mediatico, ma hanno inciso profondamente anche sull’immaginario cinematografico. Hollywood, in particolare, si è trovata di fronte a una sfida inedita: raccontare un mondo improvvisamente vulnerabile, in cui la minaccia non era più un nemico lontano e facilmente riconoscibile, ma qualcosa di invisibile, imprevedibile e globale.

Nei mesi successivi agli attentati, l’industria cinematografica reagì con cautela. Molti film già in produzione vennero modificati: le Torri Gemelle furono cancellate digitalmente da scene di film come Spider-Man (2002), mentre l’uscita di pellicole che trattavano di disastri e catastrofi venne rimandata. Il cinema scelse, in un primo momento, il silenzio o la rimozione, nel timore di urtare la sensibilità di un pubblico traumatizzato. A metà anni Duemila, arrivarono i primi film direttamente dedicati agli eventi dell’11 settembre. Opere come United 93 (2006) di Paul Greengrass e World Trade Center (2006) di Oliver Stone tentarono di restituire la drammaticità di quella giornata, scegliendo un approccio realistico e rispettoso, quasi documentaristico. Questi film non puntavano allo spettacolo, ma alla memoria, alla testimonianza, diventando parte di un processo collettivo di elaborazione del lutto. Parallelamente, però, l’immaginario cinematografico iniziò a rielaborare il tema della minaccia. Se durante la Guerra Fredda il “cattivo” era chiaramente identificabile (spesso l’Unione Sovietica), dopo l’11 settembre il cinema mise in scena un nemico molto più sfuggente: terroristi senza volto, reti segrete, complotti globali. Film come Syriana (2005) o The Kingdom (2007) esplorarono la complessità geopolitica del Medio Oriente, mentre saghe come The Bourne o serie TV come 24 riflettevano la paranoia e la tensione costante di una guerra contro un avversario invisibile.

L’11 settembre influenzò anche il genere catastrofico e supereroistico. Le immagini del crollo delle Torri Gemelle, trasmesse in loop dai media, segnarono profondamente la grammatica visiva del cinema. Grattacieli che collassano, città in rovina, esplosioni spettacolari: tutto questo entrò in modo pervasivo nei blockbuster degli anni successivi. Film come Cloverfield (2008) o The Dark Knight (2008) riproposero visivamente l’angoscia del crollo e del caos urbano, mentre l’universo Marvel, nato proprio in quegli anni, trovò nei supereroi la risposta simbolica al bisogno di protezione collettiva. Il cinema, dunque, dopo l’11 settembre, non è più stato la stesso: non solo ha rappresentato quel trauma ma ha anche dialogato con il muovo sistema comunicativo. La spettacolarizzazione dell’evento reale ha alimentato un’estetica del disastro che si è riversata nelle sale, mentre i film hanno contribuito a consolidare la percezione di un mondo fragile, minacciato, da cui nasceva un bisogno costante di informazione e sicurezza.

Quello fu il giorno in cui, per la prima volta e senza permesso, il mondo ci entrò in casa costringendoci a fare i conti con “il fuori”. Ma se quelle immagini ci turbarono profondamente, oggi, abbiamo imparato che la vita, al di qua dello schermo, resta comunque sicura, anche se il mondo crolla e l’umanità è già morta.

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