“Angeli, dive e vetrine: la donna prigioniera dello sguardo maschile dal Medioevo all’epoca social”

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I recenti fatti di cronaca ci impongono di  squarciare il velo di silenzio e di offrire ai lettori un excurus sull’immagine della donna e di come essa sia cambiata nel corso dei secoli.

C’era un tempo, nel cuore del Medioevo, in cui la donna non camminava tra le strade della città, ma nei versi dei poeti. Era la donna-angelo, creatura eterea, quasi incorporea e dai tratti stilizzati, capace, con un solo sguardo, di innalzare lo spirito maschile verso Dio. Beatrice per Dante non era una compagna di vita, ma una guida spirituale, per lo Stilnovo, la donna era luce, armonia, salvezza. Insomma più simbolo che persona.

Negli anni le cose sono cambiate. Se prima era più spirito che corpo, ad oggi, la situazione è completamente ribaltata: tutto corpo e poco spirito.

Il cinema, soprattutto quello del Novecento, ha attivamente contribuito a questa evoluzione fino a giungere alla creazione della diva di celluloide. Da Marilyn Monroe a Sophia Loren, da Brigitte Bardot a Monica Bellucci, la donna sul grande schermo è stata spesso ridotta a icona di desiderio. Sguardi ammiccanti, pose studiate, sensualità imposta come biglietto da visita. Certo, molte dive hanno saputo ribaltare quell’immagine e trasformarla in forza e carisma, ma la dinamica di base resta la stessa: la donna come oggetto da guardare e desiderare, non come soggetto che agisce.

Hollywood e Cinecittà, in un mondo dove dietro la macchina da presa l’occhio del regista è prevalentemente maschile, hanno creato il mito della femme fatale, della bellezza irresistibile che conquista e distrugge. Un mito potente, ma anche pericoloso, perché per decenni ha rinchiuso la donna in una gabbia dorata: brillante sullo schermo, silenziata nella realtà. Quasi come se l’appiattimento sullo schermo corrispondesse ad uno reale nella vita quotidiana.

Ma anche il mito della diva è finito. Grazie all’avvento dei socil ogni donna è diventata diva e desiderabile, esposta e sovraesposta. La donna non è più idealizzata come tramite con il divino né tanto meno diva, ma ridotta a corpo esposto, a oggetto da vetrina. La pubblicità la utilizza per vendere automobili, profumi, persino prodotti alimentari. Sui social, la logica dell’algoritmo premia la spettacolarizzazione del corpo femminile, trasformando l’immagine in moneta di scambio, in click, in guadagno.

Epoche diverse e lontane, due estremi speculari: in uno la donna era disincarnata, spiritualizzata fino all’astrazione nell’altro è mercificata, iper-materializzata fino alla perdita di identità. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: alla donna non viene riconosciuta la sua piena umanità.

L’angelo medievale, la diva di celluloide e l’oggetto contemporaneo hanno qualcosa in comune: tutti sono costruzioni maschili, immagini funzionali a bisogni che nulla hanno a che fare con la realtà femminile. Nel Medioevo, l’uomo cercava salvezza spirituale, nel Novecento desiderio ed evasione, nel nostro presente, consumo e profitto.

Eppure la donna non è né simbolo né merce. È voce, diritti, desideri. Forse è proprio tempo di andare oltre le immagini e restituirle ciò che ogni epoca le ha tolto: la sua autenticità e il diritto di essere sé stesse.

E la colpa non è solo ed esclusivamente dell’universo maschile ma anche di quello  femminile che, in nome di un’abusata libertà, continua a mostrarsi prevalenremente come corpo.

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