Ad ottant’anni da Hiroshima e Nagasaki: il cinema come memoria collettiva

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Ci sono date che hanno fatto la storia, date che devono necessariamente essere ricordate perché hanno forgiato, e cambiato per sempre, la storia dell’umanità.

Il 6 agosto è una di quelle date. Nel 1945, infatti, la storia dell’uomo cambiò per sempre: la bomba all’uranio “Little Boy”, sganciato da un B‑29 statunitense dal nome Enola Gay alle ore 8:15, distrusse Hiroshima in pochi attimi causando la morte immediata di circa 78.000 persone, con un bilancio finale stimato superiore a 140.000 vittime tra radiazioni e conseguenze successive.

L’orrore fu replicato pochissimi giorni dopo, il 9 agosto, nella città di Nagasaki.

Ad 80 anni di distanza da quei giorni, in cui tutta l’umanità venne sconfitta e in un’epoca folle come la nostra dove si parla di riarmo e il fantasma del nucleare non è più solo uno spettro, ricordare l’accaduto è doveroso.

Il modo più efficace per ricordare è sicuramente attraverso il cinema che ha costruito su Hiroshima e Nagasaki un’importante filmografia. Il tema della bomba atomica, infatti, è stato affrontato da numerosi film, con toni narrativi molto diversi: biografie, documentari diretti, rappresentazioni emotivamente intense.

L’ultimo, e sicuramente tra i più rilevanti, il lungometraggio di Christopher Nolan del 2023 “Oppenheimer” che segue proprio le vicende a partire dal progetto Manhattan forendo un interessante ritratto di J. Robert Oppenheimer, il fisico a capo del progetto, e la sua lotta interiore tra scienza e responsabilità. Pur evocativo e potente, è stato criticato — anche da registi come James Cameron e Spike Lee — per non mostrare direttamente la catastrofe in Giappone, preferendo focalizzarsi sugli sviluppi scientifici e morali.

Se procediamo a ritroso troviamo “Fat man e little boy” del 1989, una ricostruzione drammatica del Manhattan Project, visto attraverso le figure di Leslie Groves e J. Robert Oppenheimer, interpretate rispettivamente da Paul Newman e Dwight Schultz .

Dello stesso anno anche il film tv “Day One” che racconta in modo fedele ed educativo lo sviluppo della bomba e le tensioni interne tra scienziati e militari con un cast raffinato con Brian Dennehy nel ruolo di Groves e David Strathairn come Oppenheimer.

Ancora più indietro, e precisamente nel 1952, nel pieno clima di sviluppo post bellico e di progresso tecnologico, troviamo “Above and Beyond”, focalizzato su Paul Tibbets, il pilota dell’Enola Gay che sganciò Little Boy su Hiroshima. Un’epica uomo–macchina, con una dimensione personale al centro della missione nucleare.

Oltre la filmografia sull’atomica, corposo anche il filone documentaristico con lavori premiati del calibro di “The Day After Trinity” del 1981, con testimonianze originali dei fisici del Progetto Manhattan e materiali d’archivio, che riflettono sul potenziale devastante creato dal primo test nucleare a Trinity  e “White Light/Black Rain: The Destruction of Hiroshima and Nagasaki” del 2007 con interviste di sopravvissuti giapponesi e figure americane coinvolte, pubblicato da HBO proprio il 6 agosto per evidenziare l’impatto umano della tragedia.

Il cinema ha la straordinaria capacità di trasformare la Storia in esperienza. Attraverso immagini, narrazione e interpretazioni, riesce a rendere vivi eventi lontani, restituendo voce a chi l’ha persa nel rumore della distruzione. Nel caso della bomba atomica, i film storici e biografici ci offrono molteplici punti di vista: quello dei protagonisti scientifici, come in Oppenheimer; quello militare, come in Fat Man and Little Boy; e quello umano e civile, come nei documentari e nei film giapponesi post-bellici.

In un mondo in cui le minacce nucleari sono ancora una realtà, il cinema non è solo intrattenimento: è testimonianza, memoria e ammonimento. Un valido modo per creare una memoria collettiva che travalichi tempo e distanze. Continuare a raccontare queste storie significa impedire che cadano nell’oblio e riaffermare, continuamente, il ripudio della guerra.

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