Maschere di celluloide: il ruolo simbolico della maschera nel cinema

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La maschera, da sempre, è stata un potente simbolo di trasformazione, un velo che cela l’identità e permette di assumere un’altra forma. Ma al di là del carnevale e del teatro, la maschera può anche rappresentare una barriera, una difesa eretta per nascondere le fragilità, le paure e, soprattutto, una profonda tristezza.

Dal buffone napoletano Pulcinella al caotico criminale di Gotham, Joker, l’archetipo del personaggio che cela il dolore dietro una facciata sorridente o grottesca è un filo conduttore che attraversa la storia dell’arte e della cultura popolare.

L’archetipo della maschera affonda le sue radici nelle più antiche pratiche umane, ben prima di assumere le connotazioni teatrali e ludiche moderne. La sua origine è profondamente legata alla sfera del sacro, del rituale e del rapporto con il divino.

L’etimologia stessa della parola “persona” (dal latino persona) è illuminante: in origine, significava proprio “maschera”, in particolare la maschera che gli attori indossavano nel teatro antico (greco e romano) per interpretare un dato ruolo o personaggio. Questo ci porta direttamente al concetto di ruolo sociale e alla rappresentazione di sé. Nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung, la “Persona” è uno degli archetipi fondamentali dell’inconscio collettivo. La Persona è la “maschera” che l’individuo indossa nel rapporto con il mondo esterno, l’immagine pubblica di sé che mostra alla società. Non è necessariamente una falsità, ma piuttosto un compromesso tra l’individuo e le aspettative sociali. Dietro la Persona, secondo Jung, c’è il vero Sé, l’anima più profonda dell’individuo.

Già nell’antichità, la maschera serviva, quindi, a connotare immediatamente il tipo di personaggio (il soldato spaccone, il vecchio avaro, la fanciulla, ecc.), facilitando la comprensione da parte del pubblico.

Il concetto di maschera è stato sfruttato nel cinema in modi estremamente vari e profondi, andando ben oltre la semplice funzione di travestimento o di elemento visivo. Il cinema, in quanto arte della finzione e della rappresentazione, ha saputo cogliere tutte le sfumature simboliche dell’archetipo della maschera, utilizzandola per esplorare temi complessi come l’identità, la trasformazione, l’occultamento, la rivelazione e la psicologia dei personaggi adattandolo, di volta in volta, alle esigenze narrative dando vita ad alcune dei personaggi più amati.

Alcune maschere sono diventate davvero iconiche. Esemplare quella di Pulcinella che da personaggio della commedia dell’arte ha sfidato secoli e confini. Pulcinella, maschera iconica della Commedia dell’Arte, è l’emblema di Napoli e della sua anima complessa. Con il suo naso adunco, la gobba e il vestito bianco, incarna il servo furbo e scansafatiche, ma anche il filosofo popolare, capace di osservare la vita con disincantata saggezza. Dietro le sue battute e la sua goffaggine, Pulcinella nasconde spesso una profonda malinconia, la rassegnazione di chi è costretto a subire le ingiustizie sociali. Il suo riso è spesso amaro, una valvola di sfogo per le difficoltà e le oppressioni. La sua maschera nera, che copre solo una parte del volto, lascia intravedere gli occhi, specchio di un’anima che ha visto e sopportato molto. È la tristezza del popolo che, pur nella miseria, trova la forza di ridere per non piangere, di fare dell’ironia la propria arma di sopravvivenza.

Se Pulcinella è la tristezza celata dietro la farsa, Joker è la follia scaturita da un dolore insopportabile. Il più celebre antagonista di Batman, con il suo ghigno perenne e il trucco da clown, è l’incarnazione del caos e dell’anarchia.

Ma le sue origini, in particolare nella recente interpretazione cinematografica di Arthur Fleck, rivelano un uomo fragile, affetto da disturbi mentali e schiacciato da una società indifferente. La sua risata compulsiva, spesso fuori luogo e dolorosa, non è espressione di gioia, ma un sintomo della sua condizione, una maschera involontaria che cela un pianto interiore.

La sua trasformazione in Joker è la conseguenza di un’esistenza di umiliazioni e fallimenti, un grido di ribellione contro un mondo che lo ha respinto. La sua maschera di clown non è solo un travestimento, ma la manifestazione esteriore di una psiche lacerata, un tentativo disperato di dare un senso al proprio dolore trasformandolo in terrore per gli altri.

Ma il cinema è pieno di maschere dietro le quali si celano personaggi interessanti dal punto di vista narrativo. Basti pensare a Erik, il protagonista del romanzo di Gaston Leroux de “Il fantasma dell’opera”. Erik è un genio musicale sfigurato che vive nascosto nei sotterranei dell’Opéra Garnier. La sua maschera è una necessità fisica, ma anche un simbolo della sua emarginazione e della sua incapacità di mostrarsi al mondo. Dietro la sua apparenza terrificante si cela un’anima sensibile e innamorata, condannata alla solitudine a causa della sua diversità.

Interessante anche la maschera di “V per vendetta” dove Il personaggio di V, con la sua maschera di Guy Fawkes, è un simbolo di ribellione e anarchia. La maschera lo rende anonimo, permettendogli di agire come un’idea più che come un individuo. Sotto di essa, però, si nasconde la storia di un uomo torturato e sfigurato, la cui vendetta è alimentata da un profondo senso di ingiustizia e da un passato di sofferenza.

La maschera nel mondo del cinema è sempre un invito ad andare oltre, a cercare di scorgere il riflesso dell’anima. Fisica o metaforica, la maschera ci ricorda che dietro ogni sorriso, ogni risata o ogni atteggiamento eccentrico, può celarsi un mondo di emozioni complesse e, a volte, una profonda tristezza. Questi personaggi, con le loro storie, ci spingono a riflettere sulla natura umana, sulla necessità di nascondere il dolore e sulla forza, o la disperazione, che può spingere un individuo a indossare una maschera per affrontare il mondo.

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