
Il 28 dicembre 1895, nel “Salon indien du Grand Café” a Parigi, si assiste alla prima proiezione pubblica a pagamento dei fratelli Lumière: questa data segna l’inizio di un sogno, la nascita del cinema, destinato a rivoluzionare il mondo dell’arte e dell’intrattenimento.

I pareri sulla novella arte sono contrastanti: c’è chi la ritiene inferiore al teatro, chi pensa addirittura che possa sostituirlo, chi la vede come forma di intrattenimento popolare e, quindi, tutt’altro che artistica ma sono quasi tutti d’accordo a pensare che il cinema non avrà lunga vita.
Con l’avvento del ventennio fascista, il cinema, era ancora un’arte relativamente nuova che già, però, aveva dato i primi frutti smentendo le voci più pessimiste.
In questa sede ci soffermeremo proprio sul rapporto tra il cinema e il ventennio andando a vedere come il fascismo si sia servito di esso. In primis dobbiamo ricordare che i generi cinematografici più realizzati durante il ventennio fascista furono il filone epico-narrativo che, sulla scia del filone storico, assurgeva ad una funzione biografica e pedagogica volta a sottolineare la continuità tra il passato glorioso della Roma antica e il regime odierno e il filone dei telefoni bianchi che viaggiava in tutt’altra direzione. In tale genere, dove possiamo inserire la filmografia di Raffaello Matarazzo, rientrano tutte quelle commedie sentimentali di pura evasione e al cui interno non c’era nessun tipo di riferimento alla realtà politica e quotidiana del tempo. Tutto in linea, dunque, con il progetto di conformismo funzionale al fascismo che aveva il suo punto di forza proprio nel consenso delle classi medie.
Non bisogna dimenticare che, prima di ogni cosa, Benito Mussolini era un populista che parlava al popolo e che si identificava nel popolo. O meglio nei suoi discorsi, impressi un po’ nell’immaginario collettivo di tutti, assistiamo ad una sorta di pericolosissima reductio ad unum dove, nella sua persona confluiva il popolo in tutta la sua interezza. Quando la società si massifica, il singolo diventa quasi indistinguibile dagli altri, tutti si riconoscono gli uni negli altri e, a questo punto, non diventa impensabile che tutto venga affidato ad un uomo che ci sembra a noi affine, che parla per noi e decide per noi. Mussolini, dunque, diventa un vero e proprio comandate di una massa speranzosa e arrabbiata che si nutre di paura e di odio.
E cosa se non il cinema era lo strumento più idoneo a parlare alle masse? Non bisogna pensare, però, che il cinema venne plagiato dal regime ma l’intervento del fascismo sulla settima arte fu più subdolo. Non ci furono, infatti, né film di propaganda né film di opposizione ma semplicemente un cinema di evasione, capace di intrattenere e donare agli spettatori quella leggerezza di cui avevano bisogno per non rendersi conto della piega che la Storia stava prendendo. Mussolini, dunque, non si serve materialmente del mezzo cinematografico, lo fa in piccola parte, ma ne utilizza tutta la grammatica attraverso un attento gioco di regia.

L’importanza propagandistica del nuovo mezzo cinematografico era sotto gli occhi di tutti e fu così che nel 1924 nacque l’Istituto Luce con lo scopo di creare film e documentari educativi la cui prima funzione era quella di creare cinegiornali trasmessi obbligatoriamente nelle sale prima di ogni proiezione per aggiornare gli italiani su ciò che di buono, di grande e di bello stesse facendo il loro duce.
E’ proprio con i cinegiornali Luce che Benito Mussolini diventa a tutti gli effetti una superstar: con le sue pose plastiche, con la sua mimica corporea che non può non ricordare quella degli attori del cinema muto, viene immortalato mentre lavora i campi, mentre nuota, mentre vola su un aeroplano diventa una sorta di superstar degna del cinema americano.
Non solo le pose, i gesti o le sue azioni ricordano quelle di un attore che recita dinanzi alla macchina da presa ma anche i suoi discorsi. Ad oggi, potremmo dire, che dietro il suo personaggio ci sia stato un attentissimo lavoro di marketing ante litteram svolto da un uomo rozzo, senza cultura che, però, era stato in grado di capire il cambiamento repentino dei tempi ed era stato capace di adattarsi e di sfruttarli.
Imponendo la sua immagine, i suoi gesti, le sue parole come in una sorta di campagna pubblicitaria, Mussolini diventa icona degli italiani. Ma prima di essere duce, Mussolini, è un giornalista che lavora con le parole e le sue frasi sono sempre brevi, brevissime, e sintatticamente semplici nella canonica struttura grammaticale di soggetto, verbo e oggetto, senza fronzoli o orpelli, che vengono ripetute fino allo sfinimento e, per questo, memorizzate da tutti.
E se le sue frasi sono semplici e dirette, proprio come in un moderno spot pubblicitario, è il corpo a parlare per lui in una potentissima comunicazione non verbale di stampo cinematografico perché l’importante è arrivare a tutti, anche e soprattutto a quelli più in basso sulla scala culturale. Anche perché, probabilmente, se la sua comunicazione non avesse poggiato sul corpo ma sui ragionamenti logici il ventennio non sarebbe mai esistito.
Mussolini, dunque, consapevole dell’impatto visivo nell’epoca della comunicazione di massa, curava meticolosamente ogni sua apparizione pubblica: le sue posture erano eroiche, il mento in avanti, il petto in fuori in segno di ostentazione e determinazione. Le sue mani spesso poggiavano sui fianchi o accompagnavano con enfasi le sue brevi frasi pronunciate con toni enfatici. Il suo stile era, senza dubbio, di tipo performativo e consapevole del potere della messa in scena. Egli dunque, non era realmente il duce, ma un regista che ne recitava il ruolo come un bravissimo attore.

Concludendo possiamo affermare che il rapporto tra Mussolini e il cinema fu di tipo simbiotico: egli non solo si servì della settima arte come cassa di risonanza ma fu egli stesso un personaggio cinematografico che parlava e si muoveva come se i suoi gesti e le sue parole fossero state pensate per lo schermo.
L’esempio storico di Mussolini, la sua fusione con il cinema, è la dimostrazione di come il consenso possa essere costruito a tavolino mediante una manipolazione della percezione. Un monito ancora attuale sulla capacità delle immagini e delle prole di influenzare la storia.
