A cura di Fabio De Paulis

L’ultimo imperdibile capolavoro di Ridley Scott, “Napoleon”, non può non prescindere dal suo primo, inimitabile ed irreplicabile, per fotografia, sceneggiatura, interpretazione e costumi, il pluripremiato, “I Duellanti” che nel 1977 fece conoscere al mondo del cinema il talento del regista e l’incredibile potenza interpretativa di Harvey Keitel, nonché, l’eccletismo di Keith Carradine già affermato cantante folk americano. Nelle oltre due ore e mezza di film, sicuramente poche per descrivere l’epopea dell’uomo, ma sufficienti per racchiuderne i tormenti dell’anima, lacerata dalla passione per Giuseppina Bonaparte (Vanessa Kirby “The Crown”), che già vedova con figli e di 6 anni più grande di lui, diverrà dapprima sua amante, poi sua moglie e quindi imperatrice, per poi essere lasciata perché non in grado di dargli un erede. La carriera militare e politica scivola velocemente, come velocemente scivolano le più importanti battaglie dell’imperatore: Austerlitz, Borodino e Waterloo, dove nella figura del duca di Wellington appare un portentoso Rupert Everett, ma traspare anche qualche inesattezza storica, come il bombardamento delle Piramidi della campagna d’Egitto che non c’è mai stato, anche perché militarmente insensato. Inesattezze che hanno fatto storcere il naso a non pochi storici. Dal “Gladiatore” Ridley Scott recupera nel ruolo dell’imperatore un superbo Joaquin Phoenix che si conferma straordinario nella sua interpretazione, non meno di quanto lo sia stato in “Joker” e recupera soprattutto la meticolosità e la dettagliata ricostruzione delle battaglie, intense come in quella iniziale del “Gladiatore” e cruente come quelle viste nelle “Crociate, Robin Hood e in the the Last Duel”, suoi più importanti lavori storici. I sentimenti, le passioni e gli stravolgimenti umani, finiscono per prevalere sulle imprese militari, ed è stata proprio questa l’intenzione del regista, ovvero quella di far scoprire l’individuo piuttosto che l’eroe, “due volte sull’altare e due volte nella polvere”, al quale da Manzoni con il “cinque maggio”, a Foscolo nei suoi “Sepolcri”, da Beethoven con la sua terza sinfonia, “l’Eroica”, ai più grandi pittori dell’epoca che gli hanno dedicato immortali tele per raffigurarne le gesta, anche Ridley Scott ha voluto dedicargli un’opera, con la settima arte, facendolo rivivere attraverso la magia del cinema.
A cura di Chiara Imbimbo
“Napoleon”, il capolavoro mancato di Ridley Scott

È arrivato nelle sale il 23 novembre l’attesissimo “Napoleon” di Ridley Scott che è riuscito a portare al cinema una grande fetta di pubblico che ha racchiuso amanti del genere “storico”, amanti di Scott, e ammiratori del premio oscar Joaquin Phoenix curiosi di vederlo in questa nuova interpretazione ed avventura.
Scott, firmatario di capolavori del calibro de “I duellanti” e “Il gladiatore” ha già perso qualche colpo con “The house of Gucci” ricordando che, anche i grandi, possono mancare il grande cinema.
“Napoleon” si è trovato a fronteggiare aspettative altissime deludendone molte.
E non siamo qui a rimarcare le critiche sulle numerose inesattezze storiche come la presenza di Bonaparte all’esecuzione di Maria Antonietta né tanto meno sulla Campagna d’Egitto che, secondo noi, lasciano il tempo che trovano essendo il cinema il regno per eccellenza della trasfigurazione dove, ogni cosa è possibile.
Ma il primo tasto dolente del film, che vanta colonne sonore impeccabili ed effetti speciali notevoli, riguarda proprio l’interpretazione di Phoenix che non è al massimo della sua interpretazione: sottotono e sicuramente non diretto al meglio. Complice, sicuramente, la velocità con il quale è stato girato il film in soli 61 giorni.
Anche la scelta di affidare la voce di Phoenix ad Adriano Giannini non è sembrata delle migliori: il doppiaggio, soprattutto quando si parla di Buonaparte, lascia molto a desiderare con un’ intonazione ed una timbrica che quasi mai seguono le intenzioni e l’espressività del volto del protagonista conferendo ai dialoghi quasi un’impronta caricaturale e contribuendo a creare un immagine di un Napoleone quasi sempre fuori luogo.
Ampio spazio è lasciato alla storia d’amore con Giuseppina ma anche in quest’occasione, che sarebbe stata idonea per mettere in luce il lato umano dell’imperatore, non viene sfruttata a pieno e, il grande amore che dura in eterno ed è ostacolato dai doveri, viene ridimensionato e ridotto emotivamente fino a renderlo quasi comico.
Il risultato? Sullo schermo non si vede il grande imperatore né, tanto meno, l’uomo in preda alla sua parabola di successo e declino. Il Napoleone di Scott è piatto, privo di un vero e proprio arco di trasformazione che impedisce allo spettatore di empatizzare con lui.
Un peccato perché dal grande registra al grandissimo attore e alla grande storia c’erano tutti gli ingredienti per un film memorabile.
