Al cinema insieme…Articolo di commento su “C’è ancora domani”

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a cura di Fabio de Paulis

È stato davvero piacevole scoprire una Cortellesi bravissima regista e sceneggiatrice, a coronamento di una carriera artistica ancora in evidente evoluzione. Le tematiche trattate nel suo “C’è ancora domani” con piglio anche tragicomico, fanno riflettere, e tanto, su come siano ancora lontani i tempi di vedere realizzata una autentica e completa emancipazione femminile. A tal proposito potremmo parlare di Neorealismo moderno, perché alle tinte di bianco e nero con cui è stato girato il film, si aggiungono i chiaroscuri della società dell’epoca dove il personaggio Delia cerca con resilienza e grande spirito di sopportazione di affrancarsi dal ruolo in cui risulta relegata. Chiari, perché in sottofondo si vede una società italiana che nell’immediato dopoguerra, offre a Delia attraverso la partecipazione alle elezioni amministrative, aperte per la prima volta in Italia alle donne, di farla contribuire con il suo voto al dialogo politico. E ricordiamo che il suffragio universale verrà definitivamente esteso a tutti i cittadini italiani raggiunta la maggiore età, senza distinzione di sesso, censo o grado di istruzione con la nascita della Costituzione nel 1948. Scuri, perché verso la violenza di genere si girava colpevolmente il capo dall’altra parte. E proprio partendo da quest’ultimo fattore, lo scuro diventa buio pesto, quando ci si rende conto che la violenza sulle donne, a volte giovanissime, sia in famiglia che al di fuori di essa, in Italia sia stata combattuta in maniera più decisiva soltanto configurando la violenza sessuale come reato contro la persona e non più soltanto come contro la morale, al quale si è aggiunto quello di stalking, ovvero quella serie di atteggiamenti persecutori che costringono la vittima a cambiare stile o abitudini di vita.
Ebbene, queste tutele appartengono soltanto agli ultimi 14 anni, attuando con colpevole ritrado quanto invece previsto dalla Costituzione italiana nel ben lontano 1948.
Raffinate sono state le scelte della regista nel nascondere i segni della violenza facendoli dissolvere agli occhi di chi non li vuol vedere per renderli evidenti a chi invece riesce a scorgerli pur se accuratamente nascosti dalla vittima. Come anche simulando una danza quasi tribale nel descrivere le botte che ingiustamente la donna Delia deve subire dal marito. Guardando il film però non sarebbe neanche del tutto corretto colpevolizzare la società italiana del tempo, perché la vicenda ivi narrata va sempre e comunque contestualizzata. Quella raccontata dalla Cortellesi è una vicenda umana, ma non era la normalità come potrebbe equivocarsi. La donna del periodo fascista era maggiormente devoluta alla crescita della popolazione italiana che doveva passare per volontà del Duce da 40 milioni di italiani a 60 milioni in poco tempo. L’impiego della donna nel terziario era limitato a meno del 30 per cento, perché l’Italia era industrialmente molto più arretrata rispetto ad altre realtà, sopratutto angloamericane che maggiormente sviluppate, erano più fertili ad accogliere i movimenti femministi già dagli anni 30 del secolo scorso. La storia di Delia è una storia, la sua storia, fatta di violenza, sopraffazione e alla fine di riscatto, ma non è la storia. La donna in Italia, pur se con i limiti appena accennati è stata sempre il fulcro della società italiana e nei suoi ruoli di madre, moglie o figlia, il valore del suo contributo è stato sempre celebrato con la dovuta enfasi, tanto che nella nostra costituzione in seno alla famiglia e in qualsiasi altra realtà sociale, assume un ruolo del tutto paritario con il genere maschile. Così come con le leggi sul divorzio e sull’aborto è stato notevolmente ampliato il suo raggio di azione, di autodeterminazione e quindi di autonomia nelle scelte. Ed è stato così centrale il ruolo della donna in Italia che venne elaborata la teoria della grande Madre Mediterranea, quasi paradossalmente a schernirne l’importanza. L’uomo violento interpretato da Mastrandrea, nel film della Cortellesi, purtroppo è uno dei tanti casi, ma non è la normalità e anche se costante, è ancora marginale, nel senso che non è tipicizzato come nella realtà di altri paesi, di altre religioni e di altre organizzazioni sociali. Partendo da una situazione quasi estrema di degrado sociale e morale, viene esaltata la figura della donna Delia che grazie ad un movimento vivido e fertile di emancipazione femminile, presente e attivo nella società italiana, riesce a contenere e rovesciare tutte le brutture di cui risulta vittima, ed è anche una esortazione a chi si trova nelle medesime condizioni di non rinunciare a combattere perché alla fine la risposta dalla società arriva. Con ritardo anche colpevole, ma alla fine arriva.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di wwayne wwayne ha detto:

    Ennesimo ottimo post. Sono sempre più orgoglioso di essere da tempo un tuo regolare lettore e commentatore.

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    1. Avatar di Chiara Chiara ha detto:

      È un onore per tutti noi avere un lettore attento e affezionato come te. 😍 Abbiamo anche una pagina Instagram “Parola di Medea”.

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      1. Avatar di wwayne wwayne ha detto:

        Grazie per avermelo detto, e buon appetito! 🙂

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