“Siccità”: il nuovo film di Virzì sulla necessità di un’educazione all’idrofilia

Dopo il grande successo di pellicole del calibro di “La pazza gioia”, “Il capitale umano” e “Ovosodo”, il regista Paolo Virzì è tornato nelle sale lo scorso settembre con “Siccità”. La pellicola, a distanza di pochi mesi, ha ottenuto riconoscimenti importanti come il Premio Pasinetti e il Premio Green Drop Award, oltre il Soundrak Stars Award 2022 per la miglior colonna sonora grazie all’intramontabile “Mi sei scoppiato dentro al cuore” di Mina.

Paolo Virzì, all’interno delle sue pellicole, ha sempre puntato l’attenzione sull’essere umano che viene magistralmente messo a nudo indagandone passioni, sentimenti e lati oscuri.

“Siccità” è una pellicola distopica e fantascentifica in cui si descrive una Roma messa in ginocchio da una prepotente siccità che priva la capitale di pioggia da ben tre anni. Roma appare spoglia, scarnificata e apocalittica con un Tevere completamente prosciugato che restituisce preziosi reperti storici e una terribile puzza.

Lo spettatore, sin dalle prime immagini, viene catapultato in pieno in un distopismo asfittico grazie anche alla complicità della scelta di una pellicola di colore molto caldo . Se da un lato, però, c’è una Roma che muore di sete e di caldo, dall’altro lato c’è un grande albergo con piscine termali in pieno funzionamento (piscine tra l’altro rifornite proprio da quell’acqua pubblica che per i comuni mortali viene dilazionata). A vestire i panni della figlia del proprietario dell’albergo è Emanuela Fanelli che, forse, regala l’interpretazione più tenere e avvilente di tutte e la cui fine sarà proprio tra quel bene così prezioso.

In questa Roma arsa si incontrano e si sfiorano diverse vite: un medico, un virologo autore di un romanzo profetico, un avvocato, una cassiera, un attore, un ex autista di autoblu costretto a fare il driver privato dopo i tagli alle auto parlamentari, una super diva , un ex imprenditore messo in ginocchio dalla crisi e costretto a vivere sotto i ponti e un detenuto. A questa generazione di uomini e donne si contrappongono i loro figli adolescenti che pagano il conto di un mondo lasciatogli in eredità dai propri genitori.

Il titolo “Siccità” esprime, in realtà, un doppio significato: si riferisce alla catastrofe naturale piombata in città ma anche a quella dei sentimenti dell’umanità incapace ormai di provare empatia o sentimenti autentici. Ad essere aridi non sono solo i fiumi e i laghi ma anche i cuori dei protagonisti adulti che guardano i loro figli senza vederli. Sono i giovani, infatti, a scendere in piazza e a protestare, talvolta anche in modo errato, contro quella che loro definiscono una dittatura. L’acqua, infatti, viene centillinata imponendo nuovi ritmi di vita: ci si può fare una doccia solo in determinati orari, non è più possibile annaffiare le piante né lavare le proprie auto.

Ad accompagnare la siccità c’è una nuova epidemia sanitaria dettata dal gran numero di blatte che pullulano in città e riempiono gli appartamenti. Qui il regista si ricollega alla pandemia del Covid-19 durante il quale il film è stato girato mettendo in luce come, anche a causa del covid, l’essere umano si è impoverito non riuscendo a migliorarsi dopo un’esperienza negativa.

“Siccità”, che poggia su un cast stellare tra qui spicca Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Tommaso Ragno, Silvio Orlando, Monica Bellucci, Max Tortora e Vinicio Marchioni, indirizza lo spettatore verso importanti riflessioni, in primis, quella dell’educazione all’idrofilia, il rispetto per l’acqua da considerare fonte primaria di vita , sulla condizione inumana che vivono i senza tetto e anche sul problema del rinserimento in società dopo periodi di reclusione. Questo si vede con il personaggio di Antonio che, nonostante potesse usufruire dei domiciliari, preferisce restare in carcere e una volta fuori, a causa di un equivoco, vaga per una città desertificata e irriconoscibile.

I temi in “Siccità” sono davvero tanti. Spicca, tra gli altri, la storia di Alfredo (Tommaso Ragno) che veste i panni di un frustato attore cinquantenne, narcisista ed egocentrico, che con le sue dirette social, con la scusa di dar voce alla gente comune, non fa altro che cullare il suo narcisismo affermando poi, di non riuscire a provare più niente.

Fantascienza, quindi, ma fino ad u certo punto. La Roma distopica di Virzì, resa ancora più realistica da quell’epidemia che tanto ricorda il covid, non sembra poi così lontana e impossibile. Con la pellicola il regista mette gli spettatori dinanzi ad un ipotetico futuro purtroppo non improbabile.

Il film scorre lento e può risultare pesante e che tanto ricorda per le tematiche il capolavoro di Jose Saramago “Cecità” dove, anche in quel caso, l’autore immagina un’umanità alle prese con un’epidemia di cecità e, anche in quel caso, la cecità è ambivalente.

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