“Circe” di Madeline Miller e il processo di demitizzazione

“Circe” è il secondo romanzo della scrittrice statunitense Madeline Miller pubblicato per la prima volta nel 2018 da Marsilio Editori con la traduzione di Marinella Magrì.

La Miller, però, si era già fatta notare dalla critica nel lontano 2013 con la sua opera prima “La canzone di Achille” che, diventato un vero e proprio caso editoriale, è stato poi tradotto in ben venticinque lingue e si è aggiudicato l’Orange Prize, ovvero il premio letterario britannico più importante.

Ne “La canzone di Achille” era già chiaramente visibile il talento della scrittrice, la sua profonda conoscenza dell’epoca classica e delle fonti ma, la cosa che sorprende il lettore, e che avverrà anche in “Circe”, è il modo atipico di parlare di eroi, dèi e titani. Achille, nel romanzo della Miller, non è l’eroe spietato in cerca di gloria eterna ma un ragazzo che va in contro al suo destinato e al volere degli dèi mostrando a pieno le sue fragilità e le sue paure. Si può parlare quindi di un processo di demitizzazione che invade uno dei personaggi più amati del mondo greco su cui prevale una totale umanizzazione.

Stessa cosa avverrà anche per la temibile maga di Eea conosciuta, soprattutto, grazie al racconto che ne fa Omero nell’Odissea: Circe passa alla storia come famelica mangiatrice di uomini e come colei che trasformò l’intera flotta di Ulisse in porci.

Alla Miller, effettivamente, le stigmatizzazioni non piacciono per niente e cerca di andare sempre oltre quello che per secoli è stato raccontato. Ovviamente, per quanto la storia sia fedele alle fonti, la scrittrice qualche licenza poetica se la prende per avvalorare le sue tesi. Circe, figlia di Elios, si trasforma nella vittima di un mondo che non l’appartiene e che cerca in tutti i modi di metterla all’angolo. Si può parlare, quindi, di un romanzo di formazione che parte dall’infanzia di Circe fino alla sua completa maturazione attraverso le peripezie più note: Glauco, Scilla, Dedalo e Icaro, Medea e Giasone, Minosse e il Minotauro, Arianna e Teseo fino all’incontro con Ulisse.

“Circe” è un romanzo veramente interessante dal punto di vista dello psicologismo femminile che si sofferma su eterni temi come la morte, l’amore, la maternità, la rabbia, il fallimento e che ci fa capire come in una storia raccontata male diventiamo tutti dei temibili cattivi.

Dal punto di vista della narrazione “Circe”, che ha un ritmo più lento dettato dalla maggiore introspezione rispetto a “La Canzone di Achille”, scorre comunque velocissimo e immerge il lettore completamente nella storia avvicinandolo a racconti che sono lontani secoli. Il processo di immersione ed immedesimazione è sicuramente facilitato dall’uso della prima persona, utilizzato anche nel romanzo precedente ma, questa volta accompagnato dai tempi passati (scelta preferibile rispetto al presente adottato nell’opera prima).

Un romanzo che noi di Parola di Medea consigliamo non solo agli amanti del genere ma a tutti coloro che abbiano voglia di mettersi in gioco con una lettura che troveranno inaspettatamente attuale.

Talmente attuale la storia della dea Circe da spingere HBO Max, il servizio streaming on demand lanciato lo scorso anno, a realizzare, proprio sulla scia del successo del romanzo della Miller, una serie TV basata sull’omonimo romanzo. L’adattamento televisivo pare sia stato affidato a Rick Jaffa e Amanda Silver, la coppia vincente di sceneggiatori di “L’alba del pianeta delle scimmie“, “Jurassic World” e “Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick”.

La forza e la bellezza del mito risiedono proprio nella capacità di parlare ancora a distanza di secoli perché, in fondo, i moti del cuore umano sono sempre gli stessi.

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