
“Fortuna”, il lungometraggio di esordio del regista napoletano Nicolangelo Gelormini, presentato con grande successo alla quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (15- 25 ottobre), è in sala dal 27 maggio scorso. Il film ha avuto tutti i riflettori puntati su di sé già dal primo istante, non solo per la storia raccontata ma, soprattutto, per il modo di raccontarla.
Gelormini, che vanta in passato una collaborazione con Paolo Sorrentino e si avvale della maestria di Massimiliano Virgilio per la sceneggiatura di “Fortuna”, si ispira alla triste vicenda della piccola Fortuna, di soli sei anni, gettata dall’ottavo piano di uno stabile del territorio di Caivano dopo reiterati abusi. Una storia tremenda e difficile da raccontare.
Gelormini, che abbraccia la concezione “canudiana” di cinema come regno della trasfigurazione, trova il modo giusto per “trasfigurare” questa storia rendendola allusiva e tristemente dolce e lo fa, in primis, decontestualizzandola: la storia di Fortuna non ha luogo, anche se l’interland napoletano è chiaramente riconoscibile, poiché poteva accadere ovunque.
Tutto il film, che vanta inquadrature ben studiate, dialoghi e silenzi assordanti che trovano il loro contraltare in musiche improvvise che scuotono lo spettatore, si regge, come si evince immediatamente dalla locandina, sul dualismo che è proprio dell’animo umano: bene e male, realtà e immaginazione, Nancy che diventa Fortuna e lotta contro i Giganti che le danno la caccia. “Fortuna” è un film di porte chiuse, di finestre abbassate e di occhi che si rifiutano di vedere; tutto improntato su giochi di riflessi e sdoppiamenti. Fortuna, dunque, sconfitta da una realtà oscura e più potente di lei, si trasforma in un’eroina delle fiabe immortale.
Il film risulta veramente ben fatto, unica pecca, forse, gli eccessivi stacchi di montaggio che sicuramente, però, rispondono ad un’esigenza specifica: lasciare lo spettatore impietrito nel buio totale, facendogli provare la stessa sensazione di disorientamento provato dalla piccola protagonista. Bellissima e toccante la scena della processione di Nancy sul terrazzo nella distribuzione dei confetti della sua prima comunione che rimanda immediatamente al sacrificio del corpo di Cristo.
L’abilità del regista consiste proprio nel non creare “un colpevole”: nella storia di Nancy/ Fortuna tutti gli adulti sono in egual modo colpevoli. Questo concetto emerge chiaramente nelle scene della messa funebre del piccolo Nicola: tutti, agli occhi della piccola, appaiono come possibili assassini ( bellissimo il gioco delle superfici riflettenti).
Un modo di fare cinema classico e, al contempo, fortemente innovativo che si inserisce in un nuovo modo di fare cinema sperimentato già in “Favolacce” dai D’Innocenzo (anche se “Fortuna” è stato realizzato prima).
Un film che arriva diritto alla bocca dello stomaco e che lascia lo spettatore interdetto e dilaniato da sentimenti contrastanti.
Nel casto troviamo Valeria Golino, Pina Turco, Cristina Magnotti e Giovanni Ludeno.
