“Il Cielo Sopra Berlino: un viaggio alla scoperta dell’animo umano”

DI
TATIANA CARRABS & CHIARA IMBIMBO

“Il Cielo Sopra Berlino” è un film del 1987 del regista Wim Wenders, premiato a Cannes nello stesso anno per miglior regia. Il lungometraggio, come si evince dal titolo, è ambientato in una Berlino ancora divisa dal muro e testimone della distruzione della seconda guerra mondiale.

In città vi sono degli angeli custodi che proteggono le persone e ascoltano i loro pensieri: in particolare la storia si concentra su gli angeli Damiel e Cassiel. Attraverso una serie di dialoghi scritti in maniera impeccabile, si entra in una dimensione totalmente introspettiva, in cui i pensieri delle persone, per strada, in metro e in una piazza, intrecciando storie di vita, diventano spunti di riflessione per gli angeli stessi.

Il regista gioca coi colori e opta per il bianco e nero fino a quando non si ha una scena vista dagli occhi di un umano in cui il tutto riprende colore.

È un film che procede lentamente e mostra i dubbi di Damiel sulla sua condizione di angelo, egli infatti osserva una donna trapezista che lavora in un circo, ascolta i suoi pensieri e si avvicina sempre di più all’idea di condurre una vita umana, per assaporare le sensazioni che rendono l’uomo vivo e in un certo senso unico perché libero di sbagliare. Il film non giudica ma analizza un altro punto di vista, espleta un pensiero diverso secondo cui la vita degli angeli è sì speciale ma, allo stesso tempo, monotona. Gli uomini soffrono ma è proprio quel non sapere, la grande incognita della vita, a generare la curiosità da cui prende il via, successivamente, la creazione artistica.

Un paragone, non azzardato, è quello tra “Il Cielo Sopra Berlino” e il libro di Hermann Hesse “Narciso e Boccadoro” in cui si narra la storia di due amici che rappresentano due diverse personalità. Anche qui assistiamo ad  un paragone tra  due mondi e due modi vita  opposti, legati però da qualcosa. Da una parte la santità e l’ascesi di Narciso e una vita a tendere verso Dio, dall’altra la rappresentazione, i sensi, la natura e la realtà di Boccadoro. Nel film viene mostrata la stessa dualità e diversità tra gli angeli e gli umani, la scelta tra l’ascesi e il desiderio di rappresentazione.

Il punto di vista del regista, come detto prima, non viene specificato subito ma qualche segnale si percepisce dai comportamenti dell’angelo Damiel che si sente pronto a conoscere il mondo degli umani, cosi complesso ma reale. Egli sente il bisogno di vivere un momento che sia vero e inaspettato. Egli desidera assaporare i sapori, sentire gli odori e le angosce che da angelo non può provare. Nella seconda parte del film infatti avverrà la scelta e l’incontro di Damiel con un altro angelo caduto che, per questo motivo, percepisce la presenza degli angeli custodi nella città. Il libero arbitrio è il fulcro centrale del film e viene analizzato da tutti i punti di vista.

L’ultimo dialogo tra la donna trapezista e Damiel, sottolinea e sbroglia, una parte del grande dilemma che si crea sempre nell’uomo tra pensiero e rappresentazione, due cose necessarie ma che spesso non riescono a coincidere.

Un film che impone una grande riflessione sulla vita, sulla fede, sulla rappresentazione e l’arte che è stato, negli anni successivi, archetipo di numerosi remake, tra cui il conosciuto “City of Angels” (1998) con Nicholas Cage e Meg Ryan.

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